Datasys Magazine | Alex Bellini. Una vita per l'avventura
Alex Bellini. Una vita per l'avventura. Intervista ad Alex Bellini - Eco-esploratore e divulgatore
sostenibilità, ambiente, inquinamento
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Alex Bellini. Una vita per l'avventura

Alex Bellini. Una vita per l’avventura

Intervista ad Alex Bellini – Eco-esploratore e divulgatore

A cura di Luigi Torriani

ALEX BELLINIEsploratore, speaker motivazionale e performance coach, Alex Bellini è seguito, dal punto di vista del social media marketing, da DotWit, la divisione web del Gruppo Network Datasys. Ha all’attivo numerose avventure da record, come la marcia di 2mila km in slitta attraverso l’Alaska (2002 e 2003), il percorso in barca a remi in solitaria per 11mila km e un totale di 227 giorni nel Mediterraneo e nell’Atlantico (2005), il percorso in barca a remi in solitaria per 18mila km e un totale di 294 giorni nell’Oceano Pacifico (2008), la corsa di 5.300 km in 70 giorni da Los Angeles a New York (2011), l’attraversamento del Vatnajokull, il più grande ghiacciaio d’Europa (Islanda), con sci e slitta in 13 giorni (2017). Ha tenuto oltre 500 conferenze e segue come consulente e personal coach diversi atleti e professionisti. 

Nelle sue molte imprese e avventure, quali sono stati i momenti più belli e quali invece i passaggi più difficili e le maggiori difficoltà che ha dovuto affrontare e superare?

Sono vent’anni che faccio l’esploratore e l’avventuriero. Di momenti belli ne ho vissuti tanti, e le difficoltà – ovviamente – non sono mancate. Forse la più grande soddisfazione è stata l’arrivo a Fortaleza, in Brasile, dopo sette mesi e mezzo di navigazione a remi. È stato un traguardo importante, ma non solo: è stato un momento magico e un istante forse irripetibile. Lo ricordo ancora oggi come il momento più bello della mia carriera. Tra i passaggi più difficili credo che il frangente più complicato sia stato nel 2008, durante la navigazione a remi nell’Oceano Pacifico. A un certo punto sono entrato in crisi, mi sono chiesto se ce l’avrei fatta a raggiungere il traguardo (l’Australia), mi sono interrogato sul senso stesso di quel viaggio e ho iniziato ad avere dei dubbi più profondi sulla mia vita e sulle mie scelte. Avere delle difficoltà di questo genere nel mezzo dell’oceano, su una barca a remi, è qualcosa che può diventare pericoloso anche dal punto di vista dell’incolumità fisica, e riprendere in mano la situazione – in quel momento – non fu semplice.

Gli oceani, in generale, hanno segnato la mia vita, nel bene e nel male, mi hanno fatto diventare quello che sono e mi hanno trasformato profondamente. 

Qual’è il suo più grande sogno per il futuro? Con quale avventura mai intrapresa vorrebbe cimentarsi?

Per tanti anni l’avventura è stata una sorta di autoanalisi, un modo per misurarmi con me stesso e anche un piacere legato alla dimensione della sfida, del superamento dei limiti e della realizzazione di grandi imprese. Questo è il senso tradizionale dei concetti di esplorazione e di avventura, ed è il movente che ha spinto i grandissimi esploratori dell’Ottocento e del Novecento, figure come Ernest Henry Shackleton (leggendario esploratore in Antartide), come Roald Amundsen (il primo uomo a raggiungere il Polo Sud, nel 1911), o come Umberto Nobile (protagonista di due trasvolate in dirigibile al Polo Nord negli anni Venti del ‘900). Fin da bambino sono stato affascinato da queste grandi figure di avventurieri, e ancora oggi ne avverto il fascino. Ma sto facendo un percorso che mi porta sempre di più in un’altra direzione, quella dell’avventura come mezzo o strumento per diffondere conoscenza, responsabilità e consapevolezza. Al centro delle mie avventure – già oggi con il progetto 10Rivers1Ocean, e sicuramente anche in futuro – non ci sono più l’uomo e l’atleta ma la valenza morale e sociale del viaggio, il desiderio di portare un messaggio, di sensibilizzare i cittadini e i governi rispetto ai problemi ecologici, la voglia e il bisogno di far capire che se vogliamo salvare il pianeta Terra il momento per agire è arrivato e non è più procrastinabile.

È iniziato nel marzo del 2019, e terminerà nel 2022, un nuovo progetto firmato Alex Bellini: 10Rivers1Ocean. Navigando lungo i dieci fiumi del mondo più inquinati dalla plastica, lei intende sensibilizzare le persone rispetto al problema della salvaguardia e del recupero dei corsi d’acqua e dei loro ecosistemi. Come nasce questa idea? Perché il problema dell’inquinamento da plastica nei fiumi è una questione fondamentale e urgente?

È da più di dieci che mi sono reso conto che gli oceani soffrono per l’inquinamento da plastica, e durante le mie traversate oceaniche, nel 2005 e nel 2008, il problema risultava già evidente. Poi c’è stata, nel 2017, una ricerca firmata da uno studioso tedesco che mi ha molto colpito. La ricerca dimostrava in maniera inequivocabile che almeno l’80% della plastica che inquina gli oceani proviene dai fiumi. Ho capito a questo punto che dobbiamo andare all’origine dei problemi, risalendo – per così dire – come i salmoni, e intervenendo a monte per risanare e preservare la qualità delle acque fluviali, in tutto il mondo. Quando si parla di inquinamento oggi nessun luogo è al sicuro, perché tutto è interconnesso. C’è un “effetto farfalla” (il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo…) che rende l’ecosistema completamente integrato e attraversato da continui legami interni, e quindi nessuno può chiamarsi fuori, nessuno – se ha a cuore le sorti delle generazioni future – può far finta di niente. We’re all on the same boat (“siamo tutti sulla stessa barca”) è la frase che ho fatto scrivere sulla vela della piccola imabrcazione con la quale sto affrontando le diverse tappe del progetto 10Rivers1Ocean. 

 

Lei è anche speaker motivazionale e personal coach. Al di là del supporto specifico che offre a ogni singolo cliente, quali consigli generali si sente di dare a tutte quelle persone (qualunque cosa facciano nella vita e qualunque tipo di difficoltà debbano gestire) che hanno delle sfide da affrontare e non si sentono all’altezza o hanno paura di fallire? 

È difficile fare discorsi generali quando si parla di problematiche psicologiche e quando si ha a che fare con l’infinita varietà ed eterogeneità di caratteri, psicologie e difficoltà umane. Tre brevi considerazioni, tuttavia, vorrei farle:

1. un errore molto frequente è considerare le cose o facili o impossibili. Ci dimentichiamo che per raggiungere un  obiettivo importante dobbiamo superare delle difficoltà, e che per affrontare le difficoltà servono tenacia, forza, resistenza e spirito di sacrificio. Quando poi ci accorgiamo che la strada che abbiamo intrapreso non è così facile come pensavamo, allora ci arrendiamo, cadiamo nel fatalismo e consideriamo impossibile arrivare al traguardo. L’atteggiamento giusto dovrebbe essere l’esatto opposto: cercare di valutare correttamente le difficoltà cui andremo incontro nel percorso che vogliamo intraprendere, e non farci scoraggiare dai problemi (previsti o imprevisti) che incontreremo strada facendo.

2. Chi crede veramente in quello che fa e attribuisce un valore e un senso profondi a un determinato obiettivo, non si arrende facilmente di fronte alle difficoltà del percorso. Cercherà eventualmente delle strade alternative se gli ostacoli appaiono insormontabili, farà dei percorsi più lunghi e tortuosi se non riesce a percorrere la via più breve, ma porterà avanti con pazienza e con tenacia la propria “missione”, cercherà comunque fino alla fine di raggiungere l’obiettivo. Se mancano la capacità di resistenza e lo spirito di sacrificio, se ci arrendiamo di fronte alle prime difficoltà, spesso la ragione profonda è la mancanza di un vero desiderio, è il fatto che in realtà non teniamo davvero a ciò che a parole diciamo di voler raggiungere.

3. Dobbiamo riscoprire, oggi come non mai, una capacità che definirei in questi termini: riuscire a rimanere comodi nella scomodità. La vita oggi è attraversata da elementi sempre più volatili, viviamo esistenze incerte, “liquide”, sempre più esposte a elementi di complessità (sul piano sentimentale, familiare e lavorativo), con difficoltà che fino a qualche anno fa erano impensabili. Non credo che possano tornare i tratti di semplicità e linearità che caratterizzavano le esistenze di molti tra i nostri genitori o nonni. Credo invece che sia fondamentale, oggi, raggiungere la solidità psicologica che possa consentirci di attraversare nel modo migliore un’epoca complessa, trovando strumenti e risorse in grado di aiutarci a rimanere in qualche modo “comodi” anche in un contesto di per sé contraddistinto da forti elementi di “scomodità”.



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