Datasys Magazine | Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – DINO MASSO
Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili. Intervista a Dino Masso – CEO Tintoria Finissaggio 2000 S.r.l.
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Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – DINO MASSO

Intervista a Dino Masso – CEO Tintoria Finissaggio 2000 S.r.l.

A cura di Luigi Torriani

Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – DINO MASSO

TINTORIA FINISSAGGIO 2000 Importante azienda tessile di Biella fondata nel 1973 e specializzata nella tintoria e finissaggio, accoppiatura e stampa digitale di tessuti a maglia per il settore moda, sportivo e tecnico (auto, arredamento e outdoor). Con principale focus sulle fibre nobili (cachemire, lana), ma anche fibre cellulosiche (lino, cotone, viscosa) e fibre sintetiche (Poliammide, Poliestere)

Quale sarà secondo lei l’impatto dell’emergenza Coronavirus sul settore tessile italiano, e che cosa chiede – come imprenditore – alla politica italiana ed europea?

È estremamente difficile stimare quale sarà l’entità dell’impatto dell’emergenza Coronavirus sul settore tessile, ma una cosa appare già ora evidente: la ripartenza sarà lenta, la crisi ha spezzato di fatto i ritmi legati alle stagioni e alle collezioni, i magazzini sono saturi di merce invenduta (che i negozi andranno necessariamente a riproporre in seguito, frenando dunque ulteriori produzioni), e le aziende come le nostre molto difficilmente potranno recuperare il fatturato perso. Ci sarà – per tutti – una contrazione del credito, gli imprenditori dovranno inevitabilmente fare i conti con difficoltà finanziarie e con crisi di liquidità, e la politica dovrà intervenire – per salvare il tessuto economico – con agevolazioni, con incentivi mirati e con misure straordinarie dal punto di vista fiscale. Draghi si è espresso proprio in tal senso, la situazione è straordinariamente grave e potremo uscirne soltanto se mettiamo in campo – per contrastarla – degli interventi e dei provvedimenti analogamente straordinari. Una cosa è certa: se manteniamo invariato, per le aziende, l’attuale quadro burocratico, fiscale e di credito, andremo incontro a una catastrofe, che non riguarderà soltanto l’Italia ma l’intera Europa.

All’inizio dell’emergenza ogni Paese europeo aveva situazioni più limitate di esposizione rispetto ai contagi e si illudeva di potersi salvare chiudendosi e guardando esclusivamente al proprio interno. Non c’è stata per nulla Europa. Ogni giorno sempre di più, tuttavia, appare evidente che la crisi sta toccando tutti in maniera similmente grave, e che per venirne fuori occorre adottare l’ottica di una dimensione europea unitaria ed indivisa, superando i nazionalismi e realizzando il vecchio sogno degli “Stati Uniti d’Europa”. L’alternativa a questo approccio è la fine dell’Europa a una crisi economica senza precedenti per ogni singolo Stato (non solo per l’Italia!).

Un’Europa più unita potrebbe essere dunque un primo risultato di questa crisi epocale. Un secondo cambiamento, non meno importante, riguarda la necessità – per il futuro – di frenare il fenomeno della delocalizzazione della produzione (tessile, e non solo) al di fuori dei confini. Alcuni beni di prima necessità (o che diventano tali in situazioni di emergenza, come le mascherine) da anni vengono esclusivamente importati dall’Asia, con conseguenze tragiche in momenti di crisi imprevisti, con l’interruzione delle forniture e con la difficoltà o l’impossibilità – avendo perso macchinari ma soprattutto competenze – di far ripartire improvvisamente le produzioni locali. Dobbiamo riflettere e tornare a garantire la presenza – in molti casi – di produzioni nazionali interne all’Europa, con libera circolazione in ambito Ue, anche produzioni che in tempi normali possono sembrare diseconomiche ma che emergono come fondamentali nei momenti di emergenza e che lo stato deve garantire.   

L’emergenza Coronavirus ha costretto le aziende ad adottare in tempi rapidissimi lo smart working per i dipendenti. Può essere un’opportunità anche per il futuro?

Nella nostra azienda abbiamo già sperimentato lo smart working, ma finora in maniera molto limitata, come benefit in singoli casi o come concessione temporanea per dipendenti con bambini piccoli. Ora l’emergenza Coronavirus ci sta spingendo a una riflessione che porterà sicuramente, anche dopo la fine dell’emergenza stessa, a un’estensione e a un’adozione sistematica della formula dello smart working per i nostri dipendenti, ovviamente con ben precise regole e limiti (alternando cioè il lavoro da casa al lavoro in ufficio) e naturalmente nei casi in cui è possibile procedere in questo modo (chi opera nell’ambito della produzione, evidentemente, non può portare i macchinari a casa…). Ci stiamo rendendo conto che lo smart working può aiutare le persone a lavorare meglio, con ritmi più sostenibili, con un minore consumo di risorse, con la possibilità di essere maggiormente concentrati e con benefici complessivi in termini di efficacia, di efficienza e di produttività. Già da tempo – non a caso – molti tra i più importanti manager e dirigenti d’azienda, in tutto il mondo, alternano la presenza negli uffici al lavoro da remoto, nella propria casa.



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