Datasys Magazine | Lanificio Cangioli. Tessile a Prato dal 1859
Lanificio Cangioli. Tessile a Prato dal 1859. Intervista a Vincenzo Cangioli – Presidente Lanificio Cangioli.
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Lanificio Cangioli. Tessile a Prato dal 1859

Intervista a Vincenzo Cangioli – Presidente Lanificio Cangioli

A cura di Luigi Torriani

LANIFICIO CANGIOLI 1859 S.P.A.– Storica azienda tessile di Prato fondata nel 1859, il Lanificio Cangioli produce e vende tessuti in quattro grandi collezioni: Cangioli (total look per donna), Ad Hoc (total look per donna), Fabbrica (collezione uomo per camiceria, giacca e pantalone, capospalla), Sushi Shirt (per camiceria).

Il distretto tessile di Prato è oggi molto diverso rispetto a trent’anni fa: molte aziende storiche hanno chiuso, mentre è nato un tessuto di piccole e medie imprese gestite da cinesi. Il tema è già stato affrontato sul Datasys Magazine, quando abbiamo intervistato il professor Lorenzo Magnolfi (intervista “Il tessile cinese a prato, 30 anni di attività” – Datasys Magazine anno 2018 n. 1). Da presidente di una delle aziende storiche del tessile pratese, che ha mantenuto una produzione di alta qualità e che è rimasta orgogliosamente di proprietà italiana, cosa pensa del fenomeno dei cinesi a Prato, e – più in generale – dell’evoluzione che il distretto ha avuto negli ultimi decenni?

Dal punto di vista concorrenziale il fenomeno dei cinesi nel tessile pratese non ci tocca e non ci riguarda, nel senso che gli imprenditori in questione operano soltanto nel settore delle confezioni e del pronto moda per un target di livello basso o molto basso, lavorando peraltro spesso ai limiti della legalità. Ben altra questione è invece quella relativa alla concorrenza della Cina (delle aziende che producono in Cina): quando sono state aperte le barriere doganali l’Europa è stata invasa da tessuti cinesi, e l’impatto sicuramente c’è stato – a partire dai primi anni Novanta – per noi come per tutti. Le cose però stanno cambiando, per almeno due motivi. La prima ragione è legata al costo della manodopera, che ormai è salito anche in Cina rendendo meno conveniente produrre in quel Paese, tenendo anche conto degli ingenti costi di trasporto. Il secondo motivo ha a che fare con i tempi di spedizione della merce dalla Cina in Occidente, tempistiche che in un mondo (come quello del tessile) che oggi richiede una rapidità estrema nell’evasione degli ordini appaiono spesso inadeguate. Oggi dunque la Cina ci fa meno paura, mentre un concorrente molto agguerrito è la Turchia: un conto è avere cinque settimane di trasporto, un altro conto è avere cinque giorni di camion per consegnare la merce. Detto questo, il distretto tessile di Prato (parlo – lo ripeto – del distretto storico, costituito da aziende come la nostra, non dei cinesi) si è da tempo stabilizzato e si sta lentamente riprendendo. Il distretto storico si è praticamente dimezzato, negli ultimi trent’anni ha perso il 50%, ma la scrematura è finita e oggi possiamo tornare a guardare con ottimismo realistico al futuro.

 

In una recente intervista per il quotidiano Il Tirreno lei ha dichiarato: “abbiamo un evidente problema di risorse umane: mancano operai, tecnici, commerciali. In questo periodo stiamo cercando operai per tessitura e rifinizione ma sul piano della formazione abbiamo il vuoto”. Questo è un tema che ritorna più volte nelle interviste del Datasys Magazine. Per esempio l’imprenditore Flavio Nava, dell’azienda Tricot Chic, ha dichiarato (Datasys Magazine anno 2019 n. 1): “nella maglieria i processi di lavorazione sono lunghi e richiedono molta manualità. Le nostre maglie non possono essere semplicemente cucite, vanno rifinite usando l’ago. E parliamoci chiaro: quante sono oggi le ragazze italiane di 18 anni che sanno fare questi lavori? Pochissime. Noi collaboriamo con le scuole e prendiamo spesso delle stagiste, ma sono sempre ‘generiche’, non hanno una formazione specifica”. E Flavio Berto, di Berto Industria Tessile, ha spiegato (Datasys Magazine anno 2018 n. 2): “è da almeno vent’anni che ci dicono (in Italia e in Europa) che il manufatturiero è veleno e che il futuro è nei servizi. Il risultato è che tutti vogliono vivere nel mondo dei servizi (consulenti, venditori, assicuratori, ecc.) e nessuno vuole più lavorare nelle fabbriche. Ma quanto lavoro diamo noi che produciamo tessuti e quanto lavoro danno certe startup che operano nel marketing o nella consulenza? Nonostante la crisi ancora oggi noi diamo da mangiare a diverse centinaia di famiglie, mentre molte altre realtà ‘al passo con i tempi’ danno da mangiare quando va bene a tre o quattro persone. È questo il futuro che vogliamo?”. Quali sono secondo lei le radici culturali alla base di questi problemi e che cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza?

Il fenomeno di cui lei parla va valutato alla luce delle scelte aziendali che per molti anni (forse troppi) sono state fatte dalle aziende italiane del settore tessile. A un certo punto – per via della crisi e della necessità di risparmiare – le aziende hanno smesso di investire sui giovani e sulla formazione di nuove professionalità, e hanno sempre sostituito i dipendenti che se ne andavano (perché arrivati all’età della pensione o per altri motivi) con figure professionali già formate e dotate di esperienza. Per un po’ la cosa ha funzionato ma a un certo punto è arrivata la fine di un ciclo e si è creato un vuoto, perché le aziende per troppi anni non hanno investito più in formazione, perché le scuole professionali per il tessile hanno avuto un forte calo delle iscrizioni, e hanno avuto un calo delle iscrizioni perché le aziende non assumevano più i giovani, molte chiudevano per la crisi o riducevano drasticamente il personale, e i ragazzi e le famiglie – anche nei distretti tessili storici – hanno smesso di percepire come attrattivo il settore. Si è creato insomma una sorta di circolo vizioso che ha condotto alla situazione che è descritta nella sua domanda, una situazione nella quale le aziende tessili virtuose vogliono tornare ad assumere ma faticano a trovare un personale qualificato. Questo è sicuramente un problema molto grave, perché il punto di forza del tessile italiano non sono i macchinari (che sono replicabili ovunque nel mondo) ma le persone e le competenze. È il capitale umano a fare la differenza per l’Italia, e dovrà essere così anche in futuro. Mi chiede a questo proposito che cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza. Una prima cosa da fare è certamente, per le aziende, tornare ad investire sulla formazione e sui giovani, e il pensionamento di molti lavoratori per l’introduzione della cosiddetta “quota 100” diventa un’occasione obbligata per accelerare l’inversione di tendenza. In secondo luogo io confido molto nel rinnovamento delle scuole professionali e in una rinnovata percezione di attrattività del tessile da parte dei ragazzi e delle famiglie. Sono ottimista e credo che il percorso sia già in atto. A Scandicci (Firenze), per esempio, sta andando molto bene il Polimoda, un polo di alta formazione per la moda e il design che sta tornando ad attrarre molti ragazzi, e le sezioni tessili degli istituti tecnici stanno tornando a crescere e a “macinare” iscrizioni. I giovani stanno capendo che il manifatturiero (e nello specifico il tessile) non è più la vecchia e “grigia” industria ma è un settore che si è profondamente rinnovato, che mantiene le tradizioni ma declinandole in modo moderno, e che può essere molto più intrigante – dal punto di vista delle opportunità lavorative – di molti mestieri nell’ambito del marketing puro o dei servizi.

 

Nel tessile italiano chi come il Lanificio Cangioli è rimasto con successo sul mercato ha puntato sulla qualità dei prodotti. Quali sono le caratteristiche e i punti di forza delle vostre collezioni?

Negli ultimi tre anni abbiamo raddoppiato il nostro volume di produzione e di affari, e il Lanificio Cangioli si trova oggi agli inizi di una nuova importante stagione di crescita. I punti di forza dell’azienda sono riassumibili a mio avviso in quattro concetti: proposta, personalizzazione, velocità e sostenibilità.

“Proposta” significa lavorare al meglio sul fronte dell’innovazione e della creatività, nella consulenza ai clienti, nella ricerca e sviluppo, e in tutti quei fattori che distinguono il Made in Italy di alto livello dai concorrenti asiatici, che si limitano a eseguire una consegna.

“Personalizzazione” significa avere la capacità di soddisfare le esigenze specifiche di ogni cliente, ed è anche questo un elemento decisivo di distinzione rispetto a chi lavora in modo esclusivamente standardizzato.

La ”Velocità” è oggi una sorta di “comandamento” al quale volenti o nolenti le aziende tessili che intendono restare competitive devono sottostare: oggi o sei molto veloce nel soddisfare le richieste del clienti oppure inevitabilmente perdi terreno, il mercato richiede tempi di reazione rapidissimi. È un fenomeno che si può anche valutare negativamente, ma di fatto è così.

La “Sostenibilità” e l’impegno sul fronte dell’ecologia sono oggi delle tematiche centrali nel mondo tessile, e l’imprenditore che pensa di poterle eludere si condanna all’obsolescenza.

 

I prodotti firmati Lanificio Cangioli sono distribuiti, attraverso una rete di agenti e rivenditori, in tutta Europa, negli Stati Uniti, in Cina e in Giappone. Quanto conta per voi l’export, quali sono i mercati più importanti e quali sono i mercati ancora “inesplorati” che intendete avvicinare nei prossimi anni?

Abbiamo dei prodotti con un contenuto moda sofisticato e ci rivolgiamo ai mercati dove  è presente in maniera numericamente significativa un tipo di clientela che è in grado di apprezzarli. Parliamo quindi dell’Europa, degli Stati Uniti, di parte del Medio Oriente, del Giappone, della Corea del Sud e della Cina. In altre aree mancano (o meglio: non sono significativamente diffuse, ad oggi) la sensibilità e la “cultura” che sono indispensabili per apprezzare al meglio le nostre proposte. Non è una questione di soldi: ci sono persone in grado di spendere molto per l’abbigliamento ma che non hanno ricevuto un’ “educazione” o una “formazione” del gusto in grado di far apprezzare la raffinatezza di un certo tipo di prodotto. Dal punto di vista percentuale l’export copre oggi tra il 70 e il 75% dei nostri fatturati, e le aziende italiane nostre clienti sono in larga parte esportatori.

 

Il Lanificio Cangioli ha scelto Datatex per la parte software (Now ERP), e ha scelto Dotwit – la divisione web del Gruppo Datasys Network & Datatex – per i siti internet che presentano e raccontano le collezioni. Quanto è importante oggi avere delle vetrine online di alto livello?

Il web per noi è fondamentale, sia per informare, sia per consolidare la nostra immagine, sia per scopi commerciali e per trovare nuovi clienti. Ma attenzione: noi lavoriamo soltanto sul B2B producendo tessuti, e quindi per noi non ha senso “sparare nel mucchio”. Cerchiamo invece di attrarre – con i siti e con i social – il target specialistico al quale ci rivolgiamo: non ci interessano i numeri ma il profilo e la qualità di chi ci segue online. E cerchiamo sempre di mantenere una comunicazione sobria, attenta e velata: non vogliamo mettere “troppe cose” online, non vogliamo svelare troppo alla concorrenza.



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