Datasys Magazine | L’industria tessile. Tradizione e innovazione
L’industria tessile. Tradizione e innovazione. Intervista a Stefano Dotti - Professore all’Università degli Studi di Bergamo.
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L’industria tessile. Tradizione e innovazione

L’industria tessile. Tradizione e innovazione

Intervista a Stefano Dotti – Professore all’Università degli Studi di Bergamo

A cura di Luigi Torriani e Costanza Pol

STEFANO DOTTI – Professore all’Università degli Studi di Bergamo (Italia), tiene i corsi di “Progettazione dei sistemi produttivi” e di “Tecnologie per il design dei tessuti”. Dirige inoltre, presso la stessa università, il master in “Tecnologie e processi della filiera tessile”.

Quali sono state, nella storia dell’industria tessile, le grandi innovazioni e i più importanti momenti di svolta, dal punto di vista della produzione e delle tecnologie? Ci sono state delle invenzioni sopravvalutate, e altre invece il cui impatto è stato storicamente sottostimato?

Nella storia dell’industria tessile l’evoluzione tecnologica dei macchinari per la produzione è un fenomeno relativamente contenuto, anche se certamente ci sono stati degli importanti momenti di svolta che hanno consentito nel complesso un significativo miglioramento sia dal punto di vista della qualità, sia in termini di quantità, di resa produttiva e di efficienza. Voglio citare, in particolare, quattro passaggi:

1. FILATURA – Si e passati dal primo rudimentale strumento per filare una materia prima, il cosiddetto “Lucignolo”, per arrivare ai nostri giorni ad altre tipologie di filatura, come quella compatta. 

2. TESSITURA – TELAIO JACQUARD – Introdotto alla fine del ‘700, il telaio Jacquard cambia la storia della tessitura, consentendo la realizzazione di disegni complessi.

3. SISTEMA DI INSERIMENTO TRAMA – L’utilizzo della cosiddetta “navetta” (congegno in legno che contiene il filato di trama) lascia il posto, negli anni ‘70 / ‘80 del Novecento, a strumenti molto più evoluti, con inserimento a pinze, ad acqua, ad aria e a proiettile.

4. STAMPA DIGITALE – Utilizzata inizialmente soltanto per le campionature, la stampa digitale è oggi una realtà consolidata, anche per la produzione di lotti importanti.

 

Tra le fibre tessili – le naturali e le artificiali e sintetiche – quali sono quelle che trova più interessanti e che esercitano su di lei il maggior fascino? 

Tutte le fibre tessili sono interessanti, ma è chiaro che ad affascinare maggiormente è spesso la ricerca – per l’utilizzo nell’industria tessile – di fibre inusuali. Ne cito due: il crine di cavallo e le fibre riciclate (ad esempio la fibra di carbonio). Sono prodotti molto particolari e interessanti, e sono in corso degli studi – cui io stesso sto dando un contributo – per capire se e in che misura è possibile trasformarli con successo in manufatti tessili. Sia per il crine di cavallo che per le fibre riciclate c’è già un utilizzo nell’industria tessile, ma si tratta di capire se questo uso può essere incrementato ed esteso con profitto. 

 

Dal punto di vista tecnologico e della produzione quali potrebbero essere i cambiamenti più significativi per il settore tessile nei prossimi decenni? 

Il cambiamento, che è già in corso e che proseguirà nei prossimi decenni, riguarda la digitalizzazione della produzione, ovvero la cosiddetta Industria 4.0, e cioè: la robotica, l’Internet industriale delle cose, l’integrazione tra i sistemi, la stampa 3D e la comunicazione tra macchine e sistemi informatici. Questi processi, nel complesso, consentiranno nell’ambito dell’industria tessile degli ulteriori miglioramenti sul piano qualitativo e dal punto di vista della resa produttiva.  

 

Il tema dell’ecologia è oggi fondamentale nell’industria tessile, sia dal punto di vista della riduzione dell’impatto ambientale in fase di produzione, sia sul piano della ricerca di nuovi tessuti ecocompatibili. Su questo fronte quanto c’è stato in questi ultimi anni di concreto, e quanto invece si è fermato  a un livello di marketing e di slogan? In termini ecologici quali sono state, di recente, le conquiste più importanti? 

Nel campo dell’ecologia e della ricerca di soluzioni eco-sostenibili nel settore tessile, l’impegno da parte di molte aziende è un dato di fatto, ed è sicuramente un fenomeno positivo. La questione è capire se questo impegno è realmente efficace e se sta portando in concreto a dei risultati tangibili. C’è un problema di fondo che è ineludibile ed è quello dei costi. Produrre in modo ecologico e proporre filati e tessuti innovativi e sostenibili significa – inevitabilmente – offrire sul mercato dei prodotti più impegnativi e più costosi. E com’è la risposta del mercato? In astratto (a parole) è positiva, ma concretamente le cose cambiano. In occasione dell’edizione 2019 di Filo, il celebre salone internazionale dei filati e delle fibre che si tiene ogni anno a Milano, ho avuto modo di parlare con diversi imprenditori su questi argomenti, e il quadro che ne è emerso è molto chiaro: i clienti mostrano interesse per il tema dell’ecologia nel tessile e danno dei giudizi assolutamente lusinghieri sulle proposte che vanno in questa direzione, ma in concreto poi non si “fidano”, non vogliono rischiare con articoli troppo impegnativi, acquistano quasi totalmente i prodotti tradizionali, e l’offerta relativa ai filati eco-sostenibili arriva a coprire non più del 5% del fatturato dell’azienda che li propone. La buona volontà c’è e le idee non mancano, ma al lato pratico – se non c’è una reale disponibilità da parte dei consumatori finali  a spendere di più per ragioni etiche legate alla questione ecologica (e al momento questa disponibilità non c’è) – l’impatto di tutti questi discorsi resta nei fatti molto limitato. E poi esiste anche un altro aspetto critico, che interviene a complicare ulteriormente il quadro: non sempre la ricerca sulle fibre vegetali riciclate e sui nuovi prodotti ecologici porta ai risultati qualitativi auspicati (talvolta i filati e i tessuti non soddisfano i requisiti necessari per essere proposti sul mercato). I segnali positivi non mancano (per esempio c’è chi sta proponendo al consumatore di restituire i propri jeans usati, che vengono poi trasformati in pullover). Le idee – lo ripeto – non mancano. Il problema è renderle efficaci.

 

Da un punto di vista socioeconomico il settore tessile è mutato radicalmente negli ultimi trent’anni, e l’Italia – come altri storici distretti tessili – ha patito una crisi epocale, a vantaggio di altre aree come il Nord Africa, la Turchia, il Sud America e l’Asia, ma gli scenari sono in continua evoluzione. Come vede il futuro da questo punto di vista? Sul piano geografico come possiamo immaginare il settore tessile del futuro? 

Il tessile – in Italia, e più in generale in Europa – ci sarà sempre. È chiaro però che nelle nostre zone non è più possibile lavorare vantaggiosamente sulle produzioni di base e su proposte di massa, che si sono già spostate in altre aree del mondo e non torneranno. Bisogna puntare sempre di più su nicchie di produzione ad alto livello qualitativo e creativo, e da questo punto di vista è già in atto – e credo che continuerà – un fenomeno interessante: il ritorno in Europa di macchinari e di produzioni ad alto tasso di specializzazione che le aziende tessili europee hanno tentato, con scarso successo, di delocalizzare. 

Mi lasci però dire una cosa: chi vuole puntare sull’eccellenza deve tornare a investire sulla formazione. È grave che al momento non ci siano più in Italia dei corsi di laurea specifici per il settore tessile. L’Università di Bergamo propone un master in “Tecnologie e processi della filiera tessile”, che è arrivato alla settima edizione e che ha un crescente successo. Ma non basta: bisogna fare molto di più, e bisogna tornare a puntare – in generale, in tutta Italia – sulla formazione scolastica e accademica per le professioni del settore tessile. Questo è il momento giusto, perché molti professionisti delle vecchie generazioni stanno andando in pensione proprio in questi anni, o ci andranno a breve. Negli anni della crisi le aziende hanno smesso di assumere, ma ora dovranno farlo inevitabilmente, ed è necessario per la tenuta del sistema che ci siano delle nuove generazioni formate adeguatamente allo scopo. In questa fase si aprono delle grandi opportunità professionali per le aziende e per i giovani italiani che vogliono trovare spazio nel settore tessile, ed è fondamentale che la risposta – da parte delle istituzioni – sia all’altezza della sfida epocale che ci troviamo dinnanzi.



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