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Taroni. L'arte della seta a Como
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Taroni. L'arte della seta a Como

Taroni. L’arte della seta a Como

Intervista a Michele Canepa – Presidente Taroni S.p.a.

A cura di Luigi Torriani

Michele Canepa_Taroni. L'arte della seta a ComoTARONI S.p.a.  Storica aziende tessile comasca, fondata nel 1880, Taroni è uno dei principali fornitori di tessuti di seta alle più importanti case di moda in Italia e in tutto il mondo. Dal 1999 è di proprietà della famiglia Canepa.

Dopo anni di crisi chi come Taroni è rimasto sul mercato ha dimostrato nei fatti di avere capacità e numeri. Quali sono le caratteristiche che consentono a un’azienda italiana di rimanere altamente competitiva in un contesto così internazionalizzato e concorrenziale come quello odierno?

Chi lavora nel comparto serico ha già attraversato un periodo molto difficile negli anni Novanta. Le punte massime di import di tessuti dall’Oriente ci sono state nel 1994 e nel 1995, dunque molti anni prima rispetto alla crisi mondiale iniziata nel 2007. La seta cinese era diventata una vera e propria moda (e addirittura ci fu la diffusione nei grandi magazzini di camicie di seta cinesi, un fallimento totale perché a differenza delle camicie di cotone si restringono dopo il lavaggio, io dissi subito che non avrebbero avuto successo ma non fui ascoltato). Se facciamo un confronto tra il 2001 e il 2016 scopriamo che in Italia la tessitura cotoniera e la tessitura laniera sono scese in valore di circa il 50%, mentre la tessitura serica del 18%, perché era già entrata in crisi dieci anni prima. Il nostro settore era già in difficoltà negli anni Novanta. Io ai tempi ero vicepresidente in Canepa, la grande azienda di famiglia, poi nel 1999 ho deciso di lasciare per ripartire con un’avventura individuale, e ho acquistato la Taroni da Giampaolo Porlezza. Sono passato da una realtà con oltre 700 dipendenti a un contesto più piccolo – con un centinaio di dipendenti – ma con una lunga storia e con prodotti di altissima qualità. Negli ultimi anni ha iniziato ad affiancarmi in azienda mio figlio Maximilian, che sta lavorando molto bene. I fatturati sono in crescita, e riusciamo a portare avanti congiuntamente tradizione e innovazione. Siamo stati ai tempi la prima azienda tessile del distretto comasco a dotarsi di un sito internet, e oggi abbiamo anche un e-commerce di tessuti B2B e B2C. Al tempo stesso – accanto ai telai di ultima generazione – manteniamo in funzione dei vecchi telai artigianali degli anni ’50, per il prêt-à-porter di lusso e per abiti particolari. Un nuovo libro pubblicato da Rizzoli e intitolato “Taroni. La stoffa di cui sono fatti i sogni” celebra la storia della nostra azienda e del tessile comasco. Nonostante tutte le difficoltà attraversate a partire dagli anni Novanta, nel campo della seta l’Italia raggiunge ancora oggi l’80% della produzione europea e Como è la capitale italiana della seta (il restante 20% si divide tra un 8% a Lione, un 6% in Inghilterra e piccole produzioni disperse tra Svizzera, Germania e Spagna). L’industria serica è dunque ancora oggi strategica e fondamentale per il nostro Paese e Taroni cerca di essere rappresentativa di questo distretto!

 

Taroni è un’azienda all’avanguardia dal punto di vista dell’ecologia e della sostenibilità della produzione. Quali sono le azioni che avete messo in campo negli ultimi anni su questo fronte?

Ci siamo impegnati radicalmente nel cercare di pulire la nostra produzione, di rendere il più possibile sostenibile il nostro ciclo produttivo lungo tutta la filiera. Nel 2014 abbiamo ottenuto la certificazione internazionale GOTS (Global Organic Textile Standard), che garantisce che i nostri prodotti sono ecologicamente ed eticamente sostenibili in ogni passaggio, dall’allevamento dei bachi da seta (che avviene in aree a coltivazione biologica) alle fasi di trattura, filatura, tintura e tessitura. Nel 2016 abbiamo aderito alla campagna Detox di Greenpeace, che invita a bandire le sostanze chimiche pericolose da tutti i cicli produttivi. Questo impegno ecologico – nel quale crediamo totalmente – è stato per noi difficile e costoso, ma ha già portato a un riconoscimento importante: il 24 settembre 2017, presso il Teatro alla Scala di Milano, mio figlio Maximilian è stato premiato come Sustainable Producer ai Green Carpet Fashion Awards, gli “Oscar verdi” della moda.

 

Oggi è raro che un uomo indossi la cravatta (se non per ragioni di lavoro), un cappello elegante, o altri accessori. Cosa si potrebbe fare per risollevare le sorti del comparto dell’abbigliamento maschile?

Sono francamente stupito da questa sua preoccupazione, nel senso che l’abbigliamento si evolve, ed è normale che sia così. Certi accessori sono sempre più di nicchia, e questo è certamente evidente nei casi che lei cita – il cappello e la cravatta, che si indossano ancora oggi, ma in momenti e in situazioni particolari, e non hanno solitamente l’uso quotidiano che avevano un tempo. Si può essere dispiaciuti per questo, ma è un dato di fatto. Ma la moda uomo è ricchissima, e guardando le sfilate scopriamo continuamente delle nuove proposte interessanti. Sono alcuni accessori ad essere in crisi, non l’abbigliamento maschile nel suo complesso. Se invece lei intende dire che gli uomini spesso vestono in modo sportivo e inelegante durante la giornata, questo è vero, e lo si nota molto – per esempio – negli Stati Uniti. Ma è anche vero che negli Usa gli uomini – sportivi durante la giornata per praticità e comodità – vestono poi la sera in modo elegante, magari senza cravatta, ma con giacche e camicie molto interessanti. Parlo naturalmente di uomini eleganti; ci sono molte persone che vestono sempre male, ma questo vale indifferentemente sia per gli uomini che per le donne.

 

Qual è la sua opinione sulle gravi difficoltà che sta attraversando negli ultimi anni l’economia italiana? Quali sono a suo avviso le cause e le caratteristiche essenziali di questa crisi?

Forse a qualcuno non piacerà la mia risposta ma le dico esattamente quello che penso: finché chi ruba non va in galera (e ci resta) il Paese continuerà a zoppicare. L’Italia vive di perdono, di condoni, di evasioni e frodi fiscali che non vengono contrastate con adeguata severità e con il principio della certezza della pena. Al tempo stesso la spesa pubblica è alta, gli sprechi sono infiniti e tutto costa di più rispetto agli Paesi. Ho due case in California, ci ho vissuto per un periodo, e conosco bene il mix di libertà e rispetto delle regole che c’è in America. Lì chi froda il fisco va in galera, qui finisce tutto a tarallucci e vino. Conosco bene anche la Germania, una nazione in cui le regole ci sono e si è in grado di farle rispettare, e in cui c’è una cultura ecologica e del riciclo che sta facendo risparmiare un sacco di soldi. Altrove si risparmia rendendo più efficiente il sistema, qui si risparmia evadendo. Noi sprechiamo e truffiamo, hanno ragione quando dall’estero ci guardano con sufficienza. E le dirò di più: secondo me non c’è nessuna volontà di cambiare, e quindi l’andazzo continuerà esattamente in questi termini. Sono molto tristi le mie considerazioni, ma questa è la situazione.



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