Datasys Magazine | Argar. L’abbigliamento protettivo Made in Italy
Argar. L’abbigliamento protettivo Made in Italy. Intervista a Umberto Negri – CEO Argar Srl
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Argar. L’abbigliamento protettivo Made in Italy

Argar. L’abbigliamento protettivo Made in Italy

Intervista a Umberto Negri – CEO Argar Srl

A cura di Luigi Torriani

Argar. L’abbigliamento protettivo Made in Italy

ARGAR Azienda italiana con sede centrale a Magnago, in provincia di Milano, Argar è tra le società europee leader nel comparto dei tessuti tecnici per abbigliamento protettivo e da lavoro.

Quali sono le caratteristiche, le proprietà e i punti di forza dei tessuti targati Argar? Con quali materie prime lavorate? Quali tipologie di tessuti tecnici producete?

Produciamo tessuti a maglia per abbigliamento protettivo, ovvero dei tessuti con caratteristiche particolari che li rendono estremamente resistenti, e adatti per un utilizzo in ambiti lavorativi nei quali è richiesto un alto grado di protezione individuale. Parliamo quindi di tessuti multifunzionali e che possono essere – a seconda delle esigenze – ignifughi, antibatterici, antiabrasivi, protettivi rispetto ai raggi solari, antistatici, protettivi rispetto all’arco elettrico, ad alta visibilità o resistenti all’acqua.

I tessuti Argar, prodotti nello stabilimento di Magnago, vengono poi utilizzati per creare dei capi di abbigliamento che rientrano nei DPI (Dispositivi di Protezione Individuali) e che vengono indossati da lavoratori che operano per periodi di tempo prolungati in condizioni ambientali difficili.

Sono di diverso genere le materie prime, ovvero i filati, alla base dei nostri tessuti, dal cotone al poliestere alla fibra di carbonio, e quello che è fondamentale è riuscire – per ogni tessuto – a individuare il giusto mix di ingredienti, e il corretto dosaggio di ogni ingrediente, per conferire al prodotto le esatte caratteristiche di resistenza richieste. Con un’attenzione, per noi imprescindibile, ai temi dell’ecologia e della sostenibilità, al punto che oggi abbiamo in catalogo un’intera linea di tessuti (“ONE”) realizzati al 100% con filato di poliestere riciclato e cotone biologico.

 

Quali sono i mercati di riferimento per Argar, sia dal punto di vista dei settori industriali sia per quanto riguardo le nazioni e aree geografiche strategiche per il business?

Il petrolchimico è certamente un settore di riferimento per noi, e credo di poter dire che la quasi totalità dei benzinai che lavorano in Italia indossano quotidianamente vestiti creati con tessuti Argar. Ma anche i collaboratori di Anas (Azienda Nazionale Autonoma Strade), per esempio, indossano vestiti realizzati con i nostri tessuti, così come migliaia di professionisti che operano nel settore metalmeccanico, in ambito sanitario, nella cantieristica, nell’edilizia e nell’agroalimentare. Negli ambienti in cui vengono macinate le farine, per esempio, c’è un alto rischio di esplosioni, ed è fondamentale avere un abbigliamento tecnico adeguato.

Per quanto riguarda invece la nostra presenza commerciale nelle diverse aree geografiche e nazioni: tradizionalmente lavoriamo soprattutto in Europa, con rappresentanti e agenti in Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Serbia e Svizzera. Stiamo chiudendo però dei nuovi contratti molto interessanti anche negli altri Paesi Ue, negli Stati Uniti e in Asia, e l’espansione al di fuori dei confini europei è per noi oggi un obiettivo prioritario e al tempo stesso realistico.

 

Di recente avete lanciato sul mercato una nuova linea di tessuti – AVIRTEX – che hanno caratteristiche antivirali e antibatteriche. Il prodotto è sicuramente di grandissima attualità, in un periodo complesso come quello che stiamo attraversando, segnato dall’emergenza Covid. Può parlarci di questo progetto?

AVIRTEX è il prodotto di punta che può consentirci di ampliare radicalmente il nostro business al di fuori dell’Europa, nel Nord America e in Asia.

Abbiamo creato i tessuti della linea AVIRTEX in collaborazione con HeiQ, azienda svizzera leader nella formulazione di prodotti chimici per l’industria tessile. Il risultato è davvero molto interessante e i test hanno dato ottimi risultati: i virus e i batteri presenti sui tessuti vengono automaticamente debellati con tempistiche molto contenute (tra i 2 e i 5 minuti) e con un alto livello di efficacia (99%).

E’ chiaro che un prodotto del genere, mentre ci troviamo nel pieno di una pandemia, ha un potenziale incredibile, e può costituire una risorsa importante per la sicurezza di chi lavora in primo luogo negli ambienti sanitari (ospedali, RSA, medici di base, dentisti, fisioterapisti, ecc.), ma anche – per esempio – negli alberghi e nei ristoranti, sugli aerei e sulle navi da crociera, oppure nelle scuole (grembiuli scolastici).

Detto questo, mi auguro naturalmente – come tutti – che la pandemia finisca al più presto, e sono convinto peraltro che i tessuti AVIRTEX possano restare con successo sul mercato anche nel post-Covid, come validi supporti di protezione individuale in ambienti particolari.

 

Da imprenditore come vede – in generale – la situazione del settore tessile in questo difficile frangente segnato dall’emergenza sanitaria in corso?

Credo si debba fare una distinzione di fondo tra il tessile-moda, ovvero il mondo del fashion da una parte, e il tessile tecnico dall’altra.

Il tessile-moda sta sicuramente accusando i colpi in maniera drammatica, con intere collezioni che sono andate praticamente “in fumo” e con una sostanziale stagnazione della domanda. D’altronde lo stesso fenomeno dello smart working, evidentemente, sta creando dei gravi danni da questo punto di vista, perché è chiaro che chi lavora da casa, o lavora parzialmente da casa, finirà con l’acquistare meno capi di abbigliamento rispetto a chi va in ufficio per cinque giorni su sette.

La situazione cambierà, e il comparto avrà una sua ripresa, ma ci vorrà del tempo.

Per quanto riguarda invece il tessile tecnico, che è l’ambito nel quel Argar opera da sempre, la situazione è sicuramente migliore. Il che non significa che sia idilliaca. Diciamo che l’andamento, per noi e per i nostri concorrenti, è in chiaroscuro: da una parte il lockdown e il periodo immediatamente successivo al lockdown hanno determinato un calo della domanda in alcuni settori per noi strategici (se gli operai e i benzinai lavorano meno, per esempio, acquistano anche un numero inferiore di tute di protezione), dall’altra parte – tuttavia – l’aumento delle esigenze e della domanda in ambienti sanitari, e più in generale la crescita dei bisogni e delle necessità dal punto di vista della sicurezza personale ha sicuramente creato delle nuove opportunità (è il caso, per esempio, della linea di tessuti AVIRTEX, di cui abbiamo parlato poc’anzi).

Non è un caso, dunque, che un certo numero di aziende del tessile – moda stia cercando di diversificare la produzione, inserendosi anche nel comparto del tessile tecnico con nuovi prodotti. Questo peraltro è un fenomeno al quale assistiamo già da diversi anni, e che con il Covid ha avuto semplicemente un’accelerazione. Ho delle serie perplessità, tuttavia, sul fatto che in questo ambito ci si possa improvvisare: nel tessile tecnico non c’è nulla di aleatorio, è tutto molto preciso e si regge su un alto livello di competenze e su tempistiche assolutamente ignote al mondo della moda. Nel tessile tecnico ci vogliono anni per arrivare sul mercato con un nuovo prodotto; bisogna prima raggiungere determinati requisiti, per poi ottenere le certificazioni (e possono passare anche un paio di anni), poi è necessario un altro anno (o due) per mettere in vendita il prodotto. Non ci sono quattro collezioni all’anno, ma vale esattamente il principio opposto: se nel fashion oggi il problema è quello di essere il più possibile rapidi, nel tessile tecnico il problema è che occorre ragionare su tempistiche molto lunghe e su competenze di nicchia e difficili da trovare.

L’Italia, peraltro, storicamente ha investito pochissimo nel tessile tecnico, comparto che vede la presenza di un numero esiguo di aziende come Argar, aziende di successo e apprezzate nel mondo per la qualità dei loro prodotti ma incapaci – a differenza di quanto avviene nel tessile-moda – di fare massa critica e di costituire una voce rilevante dal punto di vista del sistema economico complessivo del Paese.

Personalmente auspico che il tessile tecnico Made in Italy possa crescere nel suo complesso, ma – come ho detto – questo può avvenire soltanto attraverso un processo di formazione e di investimenti della durata di anni, non in virtù di un’improvvisazione dettata dall’emergenza sanitaria.

Per quanto riguarda invece le sinergie e le contaminazioni nella direzione opposta, ovvero dal fashion al tecnico: c’è indubbiamente negli ultimi anni una tendenza all’enfatizzazione di elementi estetici anche nel tessile tecnico, con l’innesto nei capi per la protezione individuale di elementi visivi appartamenti al mondo dello sport e della moda. Anche noi in Argar siamo oggi molto attenti all’aspetto estetico dei prodotti, tenendo comunque presente che nel nostro mondo quello che conta veramente è l’efficacia tecnica del prodotto, sancita dalle certificazioni.



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