Datasys Magazine | Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – Roberto Rossetti
Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili. Intervista a Roberto Rossetti – CEO Finelvo.
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Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – Roberto Rossetti

Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – Roberto Rossetti

Intervista a Roberto Rossetti – CEO Finelvo 

A cura di Luigi Torriani

Coronavirus. Il punto di vista degli imprenditori tessili – Roberto Rossetti

FINELVO – Eccellenza del settore tessile biellese, Finelvo produce ed esporta in tutto il mondo filati tecnici e filati floccati per il settore automotive. Lo stabilimento produttivo è a Occhieppo Superiore, in provincia di Biella. 

Quale sarà secondo lei l’impatto dell’emergenza Coronavirus sul settore tessile italiano, e che cosa chiede – come imprenditore – alla politica italiana ed europea? 

Per rispondere a questa domanda devo prima spiegare chi siamo. La Finelvo è un’azienda che è specializzata nella produzione di uno speciale filato, chiamato filato “floccato”, che viene utilizzato esclusivamente nel settore automotive. Con i nostri filati vengono realizzati tessuti di velluto per l’arredamento interno delle automobili, per auto di alta gamma (le caratteristiche estetiche, di eleganza e di comfort sono notevolmente superiori rispetto al classico poliestere) e per auto sportive (i tessuti realizzati con i nostri filati floccati consentono infatti al guidatore di avere una maggiore stabilità). Inoltre creiamo filati tecnici che servono da rivestimento – nelle automobili – per i trefoli di acciaio che azionano le parti mobili (finestrini, tettucci apribili, comandi di regolazione dei sedili, ecc.). Con l’utilizzo di questi tessuti si ammortizzano le vibrazioni, i cigolii e gli scricchiolii e l’auto diventa silenziosa  o comunque molto meno rumorosa. La richiesta di questi tessuti tecnici è in crescita, anche per il diffondersi delle auto elettriche, e negli ultimi cinque anni stiamo producendo fibre sempre più fini e soffici, in grado di ridurre davvero al minimo il rumore nelle automobili.

Ad oggi, in tutto il mondo, le aziende che producono queste tipologie di filati floccati e tecnici si contano sulle dita di una mano, per cui i nostri prodotti vengono esportati ovunque, e ad oggi la Finelvo vende per il 5% sul mercato italiano, per il 40% in Europa e per il 55% in Paesi extraeuropei. 

Fatta questa premessa, vengo al dunque: che cosa succede ora con questa crisi legata all’emergenza Coronavirus? Nella seconda metà del 2018 e nella prima metà del 2019 c’era stata per noi una contrazione degli ordini, legata soprattutto alle conseguenze della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi mesi del 2019 si intravedevano i primi segnali di ripresa, ma a gennaio 2020 inizia il problema del Coronavirus in Cina. Già in quel momento abbiamo accusato il colpo, perché la Cina è un mercato molto importante per l’export dei nostri prodotti, e tutti gli ordini da quel Paese sono stati bloccati. Sembra passato un secolo, ma eravamo già nel 2020. All’inizio io – come tutti, siamo sinceri! – ho sottovalutato il fenomeno, pensando che sarebbe rimasto confinato all’interno della Cina, ma poi – dopo poche settimane – è risultato evidente che l’epidemia si sarebbe diffusa nel mondo e che avrebbe colpito duramente anche l’Europa e l’Italia. Ci sono arrivate da tutta l’Europa molte richieste di posticipi nelle consegne, ma nel frattempo il mondo iniziava ad avere paura dell’Italia (e di un possibile precipitare della situazione italiana), la Cina iniziava a riaprire le aziende e a consentire alle persone di uscire di casa, e quindi – paradossalmente – nel giro di pochi giorni andavamo incontro a un rovesciamento della situazione, con molte richieste di anticipare le consegne di lavori in corso. Ci siamo trovati dunque con degli ordini importanti e urgenti da evadere, ma la situazione in Italia è effettivamente precipitata e per Decreto il governo ha bloccato la nostra produzione, come quella della gran parte delle fabbriche italiane. Se ci facessero lavorare avremmo lavoro (con diverse richieste dall’Asia, e anche dalla Polonia, dove si trovano aziende che utilizzano i nostri prodotti ed esportano poi sui mercati extra Ue), ma siamo obbligati a stare fermi, e non sappiamo esattamente quando la legge ci consentirà di riaprire. Abbiamo tonnellate di prodotti semilavorati che sono fermi e che rischiamo di dover buttare via, se ci avessero concesso un paio di settimane ancora per lavorare avremmo potuto limitare i danni, ma così non è stato. L’impatto dell’emergenza Coronavirus è quindi già oggi pesante per noi, e per i prossimi mesi le mie previsioni sono ovviamente negative. Il 2020 sarà un anno spaventosamente brutto, sicuramente per la Finelvo ma credo più in generale per il settore tessile, ci sarà un grave rallentamento per tutto l’anno e potremo vedere i primi segnali positivi – si spera – soltanto nel corso del 2021. 

Che cosa chiedo come imprenditore alla politica? Sono una persona sincera e non amo utilizzare giri di parole, anche quando le mie posizioni possono non piacere a qualcuno o risultare impopolari. Nei momenti di difficoltà viene fuori in maniera chiara la differenza tra le persone, dal punto di vista dell’atteggiamento, dell’impegno, del coraggio, del rispetto delle regole e del senso civico. Ci sono molti professionisti negli ospedali e nell’ambito sanitario che stanno dando il massimo e che mi auguro possano essere premiati al termine dell’emergenza. Se guardo invece al mondo delle fabbriche e dei sindacati non posso purtroppo dire la stessa cosa. In una situazione già di per sé molto complicata i sindacati hanno remato contro in tutti i modi, facendo pressioni sul governo per la chiusura delle attività produttive, organizzando scioperi e spaventando i dipendenti delle aziende. Avremmo potuto provare a organizzare una produzione nel rispetto delle regole e salvaguardando la salute dei dipendenti, avremmo potuto farcela lavorando tutti insieme, quantomeno avremmo potuto fare un tentativo, ma non c’è stata nemmeno la buona volontà per provarci. Certi sindacalisti dovrebbero fare gli imprenditori per un periodo, e forse si renderebbero conto di quanto è difficile fare impresa oggi in Italia.  

D’altronde – lo ripeto – in queste situazioni di emergenza emergono in maniera chiara dei tratti che erano già presenti, nelle organizzazioni sindacali così come in una parte dei lavoratori delle industrie italiane. Ci sono delle persone in Italia che creano danni, che abusano dei diritti e dei privilegi che la legge concede loro, che non hanno voglia di lavorare nei periodi normali e a maggior ragione si tirano indietro nei momenti più difficili. La Legge 104, per esempio, che consente ai familiari di persone disabili di fruire di giornate di permesso dal lavoro, viene abitualmente sfruttata da alcuni in maniera scandalosa, c’è gente che la utilizza per prendere permessi per andare a sciare o a prendere il sole. E questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare. É chiaro che sto parlando di una minoranza dei lavoratori italiani, e che la maggioranza – per fortuna – fa il proprio dovere, ma questa minoranza di “fancazzisti” danneggia in maniera gravissima le aziende, e lo fa godendo della piena tutela e della piena legittimazione da parte dello Stato italiano.

Quello che chiedo alla politica, dunque, è di evitare che i diritti dei lavoratori si possano trasformare in privilegi ed abusi. E come imprenditore vorrei che mi fossero dati gli strumenti per selezionare in modo giusto e corretto il personale, per premiare chi lavora seriamente e per poter allontanare facilmente chi se ne approfitta e danneggia l’azienda. 

Mi faccia poi aggiungere una considerazione sulla burocrazia italiana. La situazione che stiamo attraversando sta mostrando al mondo intero che noi italiani siamo degli “asini”. Mi scuso per la franchezza, ma non so come altro definire delle persone – le autorità politiche e amministrative del nostro Paese – che ci hanno impedito di produrre mascherine perché avremmo dovuto prima ottenere il marchio CE. Avremmo potuto produrre mascherine, abbiamo chiesto di poterlo fare, ma siamo stati bloccati. Sinceramente: di cosa stiamo parlando? Ci rendiamo conto? In una situazione di emergenza epocale, in un momento evidentemente del tutto al di fuori della normalità, un momento in cui le mascherine non bastano per tutti e c’è una gravissima emergenza sanitaria in corso, si parla ancora di regole e di burocrazia mettendo a rischio la salute dei cittadini e di chi lavora? Se certi cavilli sono considerati più importanti del rispetto delle persone c’è qualcosa che non funziona in questo Paese. 

 

L’emergenza Coronavirus ha costretto le aziende ad adottare in tempi rapidissimi lo smart working per i dipendenti. Può essere un’opportunità anche per il futuro? 

Noi siamo dei manifatturieri veri e propri, siamo una manifattura pura, facciamo artigianato – anche se su scala più grande, e abbiamo soltanto due persone che potrebbero in teoria lavorare da casa, gli altri devono essere necessariamente presenti in azienda.

Detto questo, anche parlando più in generale, non sono per niente affascinato dal fenomeno dello smart working, che può essere una necessità inevitabile in periodi particolari come quello che stiamo attraversando, ma che in periodi normali non mi sembra una buona idea. Penso peraltro che – una volta passata l’emergenza Coronavirus – le persone si saranno talmente stufate di stare a casa che avranno capito perfettamente che è più bello lavorare in gruppo, fare parte di una squadra, vivere la vita di ufficio con i colleghi, anziché chiudersi nella propria abitazione parlando per ore al telefono.  



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