Industria Tessile 4.0. A che punto siamo?

Industria Tessile 4.0. A che punto siamo?

Intervista a Gaetano Tonello – Datatex Senior Project Manager

Quando si parla oggi di Industria 4.0 lo si fa per lo più facendo riferimento a bandi e a finanziamenti, spesso senza chiarire adeguatamente gli aspetti tecnici di quella che è – o dovrebbe essere – una vera e propria “Quarta Rivoluzione Industriale”, dopo la Prima (tra il ‘700 e l’800, con lo sviluppo della macchina a vapore di Watt e l’innovazione nelle industrie tessili e metallurgiche), la Seconda (tra l’800 e il ‘900, con l’elettricità, il petrolio, il motore a scoppio, i prodotti chimici e le produzioni in serie per i mercati di massa) e la Terza (nella seconda metà del ‘900, con l’informatica, i computer e i software gestionali). Industria 4.0 significa molte cose, tra Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Big Data, Internet of Things, Cloud e Smart production. Concretamente, e guardando nello specifico all’ambito della produzione tessile, quale può essere in concreto la portata di questa rivoluzione e quali potrebbero essere i tratti maggiormente innovativi dal punto di vista – per esempio – del controllo della qualità, della pianificazione della produzione, della Predictive Maintenance e della rilevazione dei difetti produttivi?

Se vogliamo sintetizzare nei minimi termini il concetto, l’Industria 4.0 introduce una nuova parola d’ordine, quella di “Smart Factory”, letteralmente “Fabbrica Intelligente”.

In questi ultimi tempi, a causa della pandemia di Covid-19, abbiamo sentito molto parlare – spesso a vanvera – di “Smart Working”, cioè quello che dovrebbe – e avrebbe dovuto – essere il “Lavoro Intelligente”; molto meno abbiamo sentito parlare di “Smart Factory”.

I teorici del nuovo palcoscenico che si apre dietro il sipario dell’Industria 4.0 indicano nei “Sistemi ciberfisici” (ovvero sistemi “fisici” strettamente e imprescindibilmente connessi a sistemi “informatici”) la chiave di volta dell’Industria 4.0, per cui la “Smart Factory” diventa la fusione tra “Smart Production” (cioè l’interazione “intelligente” tra operatori, macchine e strumenti), “Smart Services” (cioè l’insieme “intelligente” delle strutture, informatiche e non, che permettono una comunicazione diretta e non mediata tra clienti e fornitori, nonché tra aziende e strutture esterne) e “Smart Energy” (cioè tutto ciò che in modo “intelligente” contribuisca a ridurre i consumi energetici e parimenti l’impatto ambientale della produzione industriale).

Quindi, quando parliamo di Industria 4.0, prima che pensare di declinare tutto nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale, bisogna aver presente questo fondamentale assunto, e cioè che è bene che tutto sia il più possibile ricondotto a qualcosa di “intelligente”, ma non necessariamente “artificiale”.

Sono passati circa dodici anni da quando qualcuno ha cominciato a parlare di “Quarta Rivoluzione Industriale”, e in questo periodo siamo entrati a tutti gli effetti nell’ “era della variabilità”, dove l’accelerazione dei progressi tecnologici e la continua mutabilità – per non dire volatilità – della conoscenza in molti campi disciplinari impongono di dover pensare ed elaborare strategie continuamente nuove, in condizioni di sempre più elevata complessità e imprevedibilità.

In questo contesto che ci circonda, la partita con ogni probabilità si gioca su due campi:

Nella Smart Factory processi e prodotti devono non solo avvalersi, bensì “incorporare”, “elaborare”, “metabolizzare” e “migliorare” informazioni pre-codificate e al tempo stesso interagire costantemente con tante variabili dell’ambiente operativo, scambiando informazioni con gli “attori protagonisti” coinvolti, siano essi altri produttori e/o altri consumatori e/o altri utilizzatori. E questo è il campo in cui gioca l’“Intelligenza Artificiale”.

Nella Smart Factory gli skills comunicativi – come si dice in gergo – diventano de facto la parte più importante del bagaglio di competenze e professionalità degli operatori: siamo al cospetto del superamento della tradizionale concezione di “mansione individuale” e di “competenza professionale”, perché ciò che ciascuno fa è inserito in un insieme di flussi informativi che possono mutare senza sosta: chi si ferma su ciò che è “noto” e ciò che è “certo” rischia di rimanere al palo.

Ma tra il dire e il fare… c’è di mezzo il mare…?

Pensiamo solo per un attimo a come ancora oggi si lavora – e si produce – in molte delle aziende tessili/manifatturiere a noi note, e proviamo a porci alcuni interrogativi.

  • Il lavoro e il bagaglio di competenze della “risorsa umana” sono focalizzati nel fare sostanzialmente cose “intelligenti”?
  • Non si spreca tempo (e quindi “valore”) a fare cose ripetitive, talvolta ridondanti o comunque relative ad uno scenario assolutamente prevedibile e controllabile da un algoritmo?
  • I processi informatici predisposti per indirizzare, controllare e analizzare i processi fisici sono solo un qualcosa di aleatorio – che “girano” per chi vi è interessato, il quale fa in modo di “farli girare” quel tanto che basta quando gli servono – oppure sono loro che fanno funzionare in modo “efficiente”, “efficace” ed “economico” i macchinari, permettendo alla risorsa umana di fare cose “intelligenti”, e cioè intrinsecamente molto più utili?
  • L’ “informazione aziendale” – che è il patrimonio immateriale più importante dell’azienda – è un qualcosa di “unico” e “univoco” (raccolto e catalogato in un’unica forma, con un unico metodo, in un preciso istante, da un’unica persona oppure da un unico sistema e messo a disposizione di tutti nella medesima forma, sostanza e fruibilità) oppure è un qualcosa sparso in mille posti diversi, in balia dell’iniziativa dei singoli e della “buona volontà interpretativa” di chi ne vuole e/o deve usufruire?

Se le risposte a questi interrogativi sono quelle che penso, allora si può concordare che l’Industria 4.0 può avere un senso, anzi ha un senso e non è solo uno slogan.

Concretamente.

Mi viene in mente uno scenario della EOS Textile Ltd. (Savar, Bangladesh), dove l’interazione totalmente automatizzata tra il nostro Sistema NOW™ e il magazzino automatico della Automha S.p.A. permette non solo di ottimizzare i flussi di carico e scarico di tutti i materiali e prodotti finiti, ma anche di azzerare qualsiasi errore dovuto ad un’errata comunicazione oppure legato a un’errata interpretazione su cosa e quanto debba essere “caricato nel” o “prelevato dal” magazzino.

E sempre nella EOS, grazie all’interazione costante e totale tra NOW™ e il sistema di controllo dei telai Antara™ della INCAS S.p.A., la produzione di orditura e di tessitura è programmata su tutte le macchine e tenuta costantemente sotto controllo, permettendo così di pianificare con largo anticipo le successive fasi di lavorazione, nonché avere in tempo reale sotto gli occhi l’evolversi di ogni singola pezza di tessuto prodotta.

Oppure la Flash SRB doo (Apatin, Serbia), azienda nella quale tutti i sistemi per la gestione del reparto di tintoria dei tessuti sono interconnessi a NOW™, e per la precisione la gestione del laboratorio di tintoria della Intex System s.r.l., della dosatrice volumetrica della SALCE s.r.l., del controllo delle macchine di tintoria della Orgatex Setex Gmbh, della “cucina colori” della Datacolor; qui tutti i sistemi parlano la stessa lingua: un solo codice dell’articolo, un solo codice del colore, un solo abbinamento tra ricetta e colore, un solo “Ordine di Produzione” valido per comunicare a tutti i sistemi ciò che deve essere campionato o prodotto, e raccogliere dai sistemi ciò che è stato prodotto, in che quantitativo, in che momento, in quanto tempo e consumando quali coloranti e materiali ausiliari.

O la Stamperia di Martinengo s.r.l. (Martinengo, Italia) dove tutto ciò che viene eseguito in alcune delle macchine di stampa, di vaporizzo, di lavaggio e di finissaggio è riversato in tempo reale in NOW™, e dove NOW™ – tramite mantenimento di un “motore inferenziale” di dati recepiti dalle macchine – è in grado a sua volta di “proporre” alle macchine stesse quale sia la ricetta di vaporizzo e/o lavaggio appropriata per ciascun articolo da lavorare, oppure quale sia il corretto setup dei cilindri della macchina di stampa per un determinato disegno. In questo caso, un po’ di A.I., che non guasta ….

Di esempi così se ne potrebbero fare altri – presi a caso dai nostri clienti – che spaziano da situazioni relativamente minimali, ma controllate e a prova di errore (raccolta dei dati di controllo dei macchinari con terminali palmari, tramite letture di codici a barre) a situazioni piuttosto “spinte” (funzioni sul sistema ERP che controllano direttamente i PLC delle macchine, affiancandosi o surrogando “in toto” l’azione dell’operatore).

Sarebbe tuttavia un errore creare i presupposti per affermare che l’Industria 4.0 sia solo una mera questione di “tecnologie abilitanti”: quello che più conta nello studiare e mettere a punto quello che è il “Sistema aziendale di gestione dell’informazione” è che tutto deve contribuire a produrre – e vendere – di più e meglio, sprecando meno.

Qualsiasi fase di transizione è accompagnata storicamente anche da aspetti comunicativi e retorici che enfatizzano degli elementi destinati invece a incidere soltanto in minima parte nel cambiamento concreto in ambito industriale. Nel tessile 4.0 quali sono a tuo avviso gli aspetti eccessivamente sottolineati e sopravvalutati quanto al loro possibile impatto?

Direi che per rispondere adeguatamente a questa domanda bisogna innanzi tutto sgombrare il campo da un potenziale equivoco: quando si pensa alla componente “Smart Service” dell’Industria 4.0 può essere fuorviante ragionare genericamente in termini di “inculturazione informatica” come naturale prosieguo dell’“alfabetizzazione informatica”.

Mi spiego meglio.

Veniamo da lustri di “alfabetizzazione” informatica; ormai nella quasi totalità delle aziende tessili/manifatturiere che negli anni abbiamo conosciuto ed aiutato a crescere e migliorarsi, i diversi Sistemi Informativi che compongono quello che è il “Sistema aziendale di gestione dell’informazione” già in molti casi si scambiano dati senza che nessuno faccia – o pensi –  alcunché; già buona parte degli operatori che lavorano sui macchinari non usano più da tempo carta, penna e calamaio per annotare ciò che hanno fatto o per registrare i dati rilevati e comunicarli a chi li deve utilizzare o analizzare; il normale rapporto tra azienda e clienti non è più incardinato sulle e-mail, bensì su dei veri e propri “portali”.

Di conseguenza nel contesto attuale la propensione diffusa che “storicamente” si è imposta è quella che nell’ambito degli investimenti per l’Industria 4.0 l’azienda debba limitarsi a fare un passettino in avanti e “inculturarsi informaticamente” un altro po’.

Sfortuna vuole che questo processo di “inculturazione” sia stato – ed è tuttora – visto quasi come un “male necessario”.

In Italia il Legislatore, ben consapevole delle potenziali conseguenze negative di quanto poc’anzi enunciato, dietro la dicitura “Industria 4.0” ha promulgato nel Dicembre 2016 una legge su quelli che sono stati definiti gli “incentivi per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese”, incentivi che sono stati reiterati anno dopo anno, e sono vigenti tutt’oggi.

Questi incentivi da un lato hanno solleticato l’immaginario “lucrativo”, facendo proliferare progetti informatici ben poco “smart”, per non dire “fake”, dall’altro lato hanno creato aspettative eccessivamente enfatiche e poco realisticamente attendibili: non sono pochi gli imprenditori che hanno sognato di poter dimezzare i propri collaboratori investendo – non troppo, per carità – nell’ “ultimate IT project” …

L’Industria 4.0 non è uno slogan; significa credere che – investendo seriamente – ci si può migliorare seriamente.

Intravedi dei potenziali pericoli – dal punto di vista umano ed etico – in un approccio 4.0 esasperato e radicale? In che modo la rivoluzione legata all’Intelligenza Artificiale può essere gestita in modo oculato, lungimirante ed equilibrato?

È notizia recentissima che il ricercatore di Intelligenza Artificiale di Google Blake Lemoine è stato messo in congedo amministrativo (= licenziato) dopo aver dichiarato pubblicamente che “…LaMda, un modello linguistico progettato per conversare con le persone, era senziente…”.

A un certo punto, secondo quanto riportato dal Washington Post, Lemoine è arrivato addirittura a chiedere che LaMda fosse rappresentata da un avvocato, aggiungendo che le sue convinzioni sulla “personalità” del modello linguistico fossero basate sul fatto che LaMda gli avesse comunicato di avere un’anima.

L’eventualità che delle applicazioni A.I. più “intelligenti” delle persone acquisiscano consapevolezza è un tema che è stato affrontato spesso, soprattutto a fronte dei tentativi compiuti negli ultimi anni da aziende come Google, Microsoft, IBM e Nvidia per “addestrare” modelli linguistici di grandi dimensioni.

Personalmente penso che il problema che affrontiamo oggi sia su un piano nettamente diverso, e che – come al solito – ci si dia da fare per “distrarre” l’opinione pubblica – the “common people” – e portarla su un altro versante ideale.

Il concetto di Industria 4.0 non ha dirette connessioni con il concetto di Intelligenza Artificiale.

Tra le due cose ci sono solo “commistioni”.

L’Intelligenza Artificiale oggi è – e può essere – esclusivamente funzionale all’Industria 4.0.

Non viceversa.

O per meglio dire, l’Industria 4.0 non potrà né dovrà mai essere asservita all’Intelligenza Artificiale.

Nell’evoluzione delle cose vedo comunque un unico – grande – rischio, ed è quello, peraltro purtroppo già verificatosi per esempio in ambito bancario e finanziario – che l’A.I. sia percepita dagli “addetti ai lavori” come qualcosa in grado di sostituire la “persona” nel cuore del processo decisionale quotidiano.

Questa possibilità nel mondo tessile/manifatturiero non deve assolutamente verificarsi.

Il mondo tessile/manifatturiero negli ultimi 25 anni ha superato tante crisi, perché non c’è Intelligenza Artificiale che tenga: c’è l’intelligenza “naturale” delle persone, delle risorse umane.

L’Intelligenza Artificiale arriva dopo, e aiuta a fare le cose meglio.

Detto terra-terra, l’Industria 4.0 potrà e dovrà essere di grande aiuto, potrà e dovrà permettere di fare “il grande salto”, ma non potrà mai rimpiazzare la persona.

Datatex è oggi l’azienda leader internazionale nelle soluzioni ERP per il settore tessile, e ha sempre cercato di proporsi come interlocutore per le industrie del settore che cercano l’innovazione e il cambiamento. In che modo Datatex può aiutare le aziende tessili dal punto di vista della transizione 4.0?

Beh, cominciamo col dire che parecchie aziende le abbiamo già aiutate, e continuiamo ad aiutarle, giorno dopo giorno.

Al di là di questo, la nostra filosofia di vita – la nostra “ragione sociale” – non cambia, e quanto andiamo a proporre ai nostri Partners – chiamarli “Clienti” oggi come oggi è un po’ riduttivo – si evolve continuamente in concreto in base all’evoluzione delle tecnologie ma sul piano concettuale non è cambiato nel tempo, non cambierà mai, e si può riassumere in questo modo: meno passaggi, meno persone direttamente coinvolte, meno possibilità di errore, più alternative permesse, più eccezioni gestite, più flessibilità nell’interpretazione di una situazione, di una condizione, margini più ampi d’azione nei processi decisionali, margini più ristretti nei processi ripetitivi, meno tempo perso per innescare e controllare un qualcosa riconducibile ad un algoritmo, più tempo dedicato a pensare e verificare quello che un algoritmo non potrà mai giudicare nel merito.

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